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QUALE DESTINO PER LA SCUOLA ITALIANA?

Un commento all'indagine TALIS dell'OCSE

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Formigine, 20 giugno 2009

I risultati dell'indagine comparativa OCSE pubblicati negli ultimi giorni rappresentano la scuola italiana in grave difficoltà in rapporto ai dati medi dei paesi membri: “costi elevati e istruzione scadente” recitano i titoli delle prime pagine. Troppi insegnanti e troppo vecchi. Classi troppo poco numerose. Cattiva condotta degli studenti. Basse performance.
Questo quadro, che dovrebbe preoccupare chiunque è interessato alla scuola, condurlo a un serio esame delle cause e a progettare azioni di progresso a medio–lungo termine, sembra invece essere fonte di soddisfazione per il Ministro Gelmini che, senza approfondire né cause né conseguenze, si serve dei dati per autoavverare la sua profezia sulla decadenza della scuola pubblica e sul futuro radioso della scuola privata.
La prima cosa da notare è che i dati vanno riportati correttamente per poter essere correttamente interpretati, cosa che non è avvenuta nel comunicato stampa del MIUR, e ciò è indice di una grave scorrettezza. Quando si manipolano le informazioni si ingenera confusione che porta ad errate conclusioni, che poi vengono diffuse senza contraddittorio. In tal modo si dipinge un quadro della realtà che non è veritiero.
Detto questo, non c'è dubbio che la scuola statale italiana si trovi in difficoltà; quello che sconcerta è l'immediata associazione di idee con la scuola privata, a riprova del fatto che quest'ultima debba, nelle intenzioni del Ministro, essere finanziata col denaro pubblico sottratto a una scuola statale agonizzante.
Se vediamo per esempio il rapporto insegnanti ogni 100 studenti (9,1 in Italia rispetto al 7,5 della media europea), si invocano subito i rimedi per l'esubero del personale docente: tagli per milioni di Euro in posti di lavoro.
Naturalmente restano in ombra dati che riguardano solo l'Italia, che però sono indispensabili per una corretta interpretazione delle cifre: nei ruoli dello Stato sono conteggiati oltre 13.000 insegnanti di Religione Cattolica, materia facoltativa, i quali tra l'altro non saranno per nulla toccati dalla scure governativa. Inoltre nelle scuole italiane ci sono alunni disabili con cui operano migliaia di insegnanti di sostegno, i cui stipendi negli altri paesi sono nel bilancio di un altro Ministero.
Prendiamo ancora l'età avanzata degli insegnanti: la ragione è che, di fronte all'esaurimento delle graduatorie nel 1999, per supplire alla carenza di assunzioni nella pubblica amministrazione negli ultimi dieci anni si è preferito assumere insegnanti precari, di conseguenza nei ruoli si trovano quelli assunti in precedenza.
Altri dati vengono sottaciuti, anche se incidono pesantemente sui risultati dell'apprendimento, sono quelli riguardanti l'aumento del carico burocratico degli insegnanti italiani e la cronica mancanza di risorse in cui si sono trovati a operare in molte regioni, e non ultima la difficoltà di gestire classi sempre più indisciplinate senza strumenti autoritativi.
E questi sono i risultati di anni di riforme miopi e sconsiderate che hanno investito la scuola italiana, soprattutto la primaria, ad opera dei governi che l'hanno amministrata.

Qualcuno ha detto che nessun governo ha trattato gli insegnanti come sono stati trattati da quello attuale. Non ci si preoccupa né di rimuovere le cosiddette “mele marce” (che possono trovarsi in tutti i settori e a tutti i livelli anche nella pubblica amministrazione), né di dare adeguato riconoscimento a coloro che invece hanno bene operato. Non ci si pone nemmeno il problema di distinguerli con adeguati criteri di merito, anzi, non li si vuole distinguere, ma si vuole denigrare la categoria nel suo complesso, scatenando contro di essa una campagna mediatica di diffamazione e di esautoramento senza precedenti. Ci si dimentica o si vuole ignorare che questi insegnanti, troppi e troppo vecchi, sono quelli che hanno fatto della scuola italiana, in particolare primaria, il fiore all'occhiello del nostro Paese, fino a dieci anni fa. Sono quelli che hanno elaborato una tradizione pedagogica che tutto il mondo ci invidia ed emula, sono quelli che si spendono quotidianamente per dare accoglienza e integrazione ai figli degli immigrati, che operano con la cultura per compensare gli aumentati squilibri sociali, che spesso e volentieri si sostituiscono alle famiglie in crisi nei compiti educativi che spetterebbero loro, che si spendono per insegnare la legalità, il rispetto dell'ambiente, i doveri di cittadinanza e di convivenza civile, i diritti umani.

È utile spendere qualche breve considerazione sulla “libertà di educazione”, espressione che facilmente può essere strumentalizzata, e sulla proposta di dare un bonus alle famiglie che mandano i figli alle scuole private.
Primo, la libertà di educazione di cui parla la Costituzione è quella per enti e privati di aprire scuole e istituti. La libertà delle famiglie di mandare i figli nelle scuole che preferiscono non è in discussione. Naturalmente però si tratta, come per tutte le libertà, di una libertà relativa, commisurata alle proprie possibilità. Se qualcuno ha la volontà e la possibilità di mandare i figli alle private, può farlo senza impedimenti.
Secondo, ogni libertà deve essere esercitata senza detrimento o danno dei diritti e delle libertà altrui. Perché mai la libertà di alcuni cittadini di mandare i figli alle private dovrebbe essere esercitata anche a spese di coloro che scelgono di mandarli alle scuole statali? Tale sarebbe infatti il caso dei “bonus” che lo Stato darebbe alle famiglie delle scuole private, prelevandoli dalle contribuzioni pubbliche e sottraendoli alla scuola statale.
Terzo, ci sono alcuni diritti fondamentali, condizioni per la “libertà di educazione”, che vanno garantiti a priori. Pensiamo al diritto di avere una casa in cui abitare e decidere di avere dei figli, e poi al diritto di avere un lavoro per allevarli ed educarli. Una volta che tutti i cittadini hanno garantito l'accesso ai beni primari, allora si può anche pensare al bonus, ma per tutti gli studenti, quelli delle scuole private e quelli delle scuole statali.
È chiaro invece che ci troviamo di fronte all'intento ormai conclamato di favorire sempre di più la privatizzazione dell'offerta formativa, riservando alla scuola pubblica una funzione del tutto marginale che, come afferma un'associazione dei consumatori “prospetta uno scenario in cui il diritto all'istruzione non è più considerato universale, ma sarà riservato ai pochi che se lo potranno permettere, a danno soprattutto delle famiglie meno abbienti”.
Che fisionomia avrà la scuola frequentata dai figli della popolazione più povera, i figli degli immigrati, dei disoccupati, gli alunni disabili o con difficoltà, i figli di coloro che non possono o non vogliono mandarli alle private? Avranno le stesse opportunità formative dei “privati”? La domanda è retorica e la risposta scontata.
Sapremo a questo punto promuovere il bene del paese, o si cercherà di arraffare il più possibile della “preda” per i propri privati interessi?
Siamo in grado di valutare appieno il danno che il Paese subirà, in termini di diritti, di libertà, di coscienza, di civiltà, nel momento in cui si smantella la scuola statale pubblica per dare in appalto l'istruzione ai privati, che avranno scuole più numerose e di maggiore eccellenza nella misura in cui hanno più potere economico e mediatico? Per quanto ci riguarda, come insegnanti evangelici siamo grati e contenti della libertà che la nostra Costituzione concede a enti e privati di aprire scuole e istituti di educazione, ma questo si deve fare con i contributi delle persone interessate, non a danno e detrimento delle scuole pubbliche, bensì nel rispetto del dettato costituzionale, che recita chiaramente e semplicemente: “senza oneri per lo Stato”.

Il Direttivo del
Comitato Insegnanti Evangelici Italiani
segreteria@insegnantievangelici.it
www.insegnantievangelici.it

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