Operatori della conoscenza o burocrati dell’insipienza?

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“La condizione dell’uomo è simile a quella dell’albero. Infatti come un albero da frutto può crescere da solo e per virtù propria, ma un albero selvatico dà frutti selvatici, mentre per produrre frutti dolci e maturi deve essere piantato, irrigato, potato da un esperto arboricultore, così l’uomo da solo vien su con fattezze umane… ma non può diventare un animale razionale, sapiente, onesto e pio se prima non siano innestati i polloni della sapienza, dell’onestà, e della pietà”
Comenio, La grande didattica

Quest’anno più che mai la scuola è iniziata in un clima sofferto e travagliato.
Su di essa pesa fortemente l’atmosfera che investe tutta la società: un’atmosfera di sbando, di panico, di sconforto.
Il sistematico disinvestimento materiale e morale che gli ultimi governi hanno messo in atto a danno della scuola statale ha raggiunto lo scopo, cioè il peggioramento delle condizioni di studio degli studenti e di lavoro degli insegnanti.
Per contro, l’aumento sfacciato dei privilegi economici e politici concessi alla scuola privata non è indice di libertà di educazione (in Italia scuola privata vuol dire scuola cattolica, controllata e gestita dai vescovi e dalle gerarchie vaticane), ma del losco intrigo tra gruppi di potere per lo scambio di voti e denaro pubblico.
La demolizione della professione docente passa attraverso le grossolane offese dei ministri ma anche per la sottile e diffusa percezione che il lavoro di insegnare sia insignificante e in ultima analisi inutile per la società. E per sopperire a tale senso di inutilità, l’insegnante burocrate è tenuto a compilare carte su carte di “abilità”, “competenze” e altre simili voci tanto pompose quanto vacue, se rapportate alla realtà scolastica italiana.
Gli studenti si chiedono perché dovrebbero studiare, dal momento che un titolo di studio non li aiuterà a trovare un lavoro e la “cultura” che avranno imparato non ha alcun posto nella scala dei valori sociali. Gli insegnanti si chiedono chi glielo fa fare di prendere sotto da ministri ignoranti, genitori arrabbiati e studenti maleducati, e tutto questo per quattro soldi, ma in fondo non credono più nemmeno loro che la conoscenza possa avere un posto nel mondo di oggi e di domani. Le associazioni della scuola si ritrovano (giustamente) a protestare in piazza sotto la bandiera della “conoscenza”, ma questa parola non ha più il significato forte e trainante che aveva in passato.
Parlare di conoscenza non basta, l’appello illuministico al sapere come strumento di progresso e di emancipazione oggi fa acqua da tutte le parti. In realtà oggi il sapere (la scienza) si è dimostrato in tutta la sua potenzialità distruttiva e oppressiva.
La conoscenza è solo uno strumento, e come tale può essere usato bene oppure male. Bisogna riscoprire a che cosa deve servire, chi deve servire e perché servirsene.
Sì, la conoscenza rende più liberi, ma di fare cosa? Di perseguire esclusivamente il proprio egoistico interesse, di dominare con il sapere acquisito, di sfruttare l’ambiente e chi lo abita senza alcun riguardo per chi verrà dopo di noi? Oppure la conoscenza sarà un atto di amore per gli altri e di saggia amministrazione delle risorse naturali e umane? Questo dipende dalla misura in cui saremo in grado di dare degli orientamenti morali, dei valori che la trascendono. La conoscenza deve andare di pari passo con la riscoperta di ciò che anticamente era chiamata “virtù”.
E la virtù non viene fuori spontaneamente, anche questo mito illuministico si è consumato fino al paradosso di fronte all’evidenza storica di ciò che siamo riusciti a fare, considerando anche solo gli ultimi cento anni. Se proprio non si può insegnare la santità, almeno si possono instillare buone e fruttuose abitudini, tramite una sana disciplina impartita dagli educatori ai ragazzi fin dalla tenera età. Ma qui deve cadere un altro mito, quello che la disciplina sia nemica della libertà. Al contrario, la disciplina delle buone abitudini promuove una libertà impensata, come quella del musicista o dell’atleta dopo che hanno acquisito la padronanza delle regole della loro arte.
Così gli educatori delle nuove generazioni dovrebbero riscoprire e insegnare la disciplina dell’ascolto, del rispetto, della paziente ricerca della verità, del confronto libero e franco, della modestia e del coraggio, della fatica e della soddisfazione di conoscere davvero qualcosa che valga la pena di essere conosciuto.
E cosa vale la pena di essere conosciuto? Le idee, gli strumenti e le pratiche vive, ovvero che servono alla vita, che si imparano nella vita, che promuovono la vita, e per le quali la vita può essere degnamente spesa e, se necessario, anche perduta.
Si parla tanto di valori, ma se non abbiamo il coraggio di mettere la maiuscola a tali valori, rimarranno semplici orpelli del passato, o di un presente impazzito o di un futuro senza speranza.
Non basta protestare contro le ingiustizie, se non si ha idea di dove trovare la Giustizia; o riempirsi la bocca di bontà (magari sotto le feste natalizie) e di cooperazione se non si sa cosa sia il Bene, o difendere le proprie molte verità, se non si crede alla Verità.
L’educazione e il compito degli educatori deve essere rifondato. I fondamenti possono essere quelli che sostengono la società e la vita, oppure quelli marci che la fanno sprofondare dove ci troviamo oggi.
Qui si gioca davvero la partita del futuro, e il nostro più sentito auspicio per l’inizio dell’anno scolastico è che questa consapevolezza possa nascere e crescere in tutti coloro che insegnano, che imparano, che vivono ancora con passione il loro ruolo nell’ambito della conoscenza.

Gli Insegnanti Evangelici
(C.I.E.I.)

segreteria@insegnantievangelici.it

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