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Referendum bolognese per la scuola d’infanzia.

Concluso il Referendum di Bologna, si scatenano come sempre le varie e contrastanti

interpretazioni sui risultati. I promotori del Referendum esultano per la vittoria del “Davide contro

Golia”, i loro avversari deridono la scarsa affluenza al voto dei cittadini bolognesi e considerano

nullo il parere negativo espresso sul finanziamento pubblico alle scuole private.

Una prima considerazione si dovrebbe fare certamente sulla scarsa affluenza, ma non per invalidare

l’esito del voto, bensì per interrogarsi seriamente sull’interesse dei cittadini nei confronti della

scuola e dell’istruzione. Un compito primario dei cittadini è quello di provvedere all’educazione

della prole, e questo dovrebbe spingerli a promuovere e sostenere politiche pubbliche che

favoriscano le scuole e la ricerca in educazione. I cittadini non possono delegare a tal punto questo

compito da disinteressarsi della destinazione dei contributi provenienti dalle loro tasche; se lo

fanno, rinunciano a ciò che appartiene loro di diritto e ricusano ciò che è richiesto loro per dovere.

Una seconda considerazione riguarda il paradosso del caso italiano. Un principio che in astratto può

essere giusto, se applicato in un contesto marcato da profonde sperequazioni e ingiustizie, diventa

profondamente ingiusto. In linea di principio, in un ipotetico Stato veramente laico e democratico, è

giusto consentire e rendere effettiva la libertà per enti e associazioni private di aprire e mantenere

scuole, e un tale Stato dovrebbe restringere la propria sovranità in questo campo per riconoscere a

terzi il diritto di promuovere valide proposte educative, al limite anche redistribuendo in modo più

equo parte dei contributi pubblici, per consentire l’effettività della libertà di educazione. Ma questo

nel nostro Paese non è possibile, perché qui da noi uno Stato burocratico e centralista che sta

disgregandosi abdica al suo ruolo in educazione in favore di un altro Stato, il Vaticano, che con gli

enormi mezzi di cui dispone e con un dispiegamento di potere pauroso moltiplica le scuole clericali

in tutto il territorio nazionale, scuole che oltre ad avvalersi delle rette dei genitori e delle ricchezze

immobiliari cattoliche, vogliono usufruire anche di contributi pubblici, togliendoli a una scuola

statale in sfacelo. Ma non basta, anche all’interno della scuola statale il Vaticano la fa da padrone,

perché i suoi insegnanti di religione cattolica sono pagati con i denari pubblici…

No, qui da noi non possiamo permetterci di valutare le faccende pubbliche, come quella del

referendum, alla luce di giusti principi di laicità e di libertà religiosa, “dare a Cesare quel che è di

Cesare e a Dio quel che è di Dio”, qui suona come fantapolitica, anziché come un giusto ed equo

principio di giustizia sociale.

Comitato Insegnanti Evangelici Italiani – 27 maggio 2013